Julián Centeya

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Borgo Val di Taro 15 ottobre 1910 – 26 luglio 1974

Il murales di Julian Centeya è stato realizzato da Stefano Fedolfi (L’orco BLU su Facebook). Pittore, grafico, scultore e ceramista nato a Parma nel 1962 possiede un laboratorio a Borgotaro. Alcune recenti sculture eseguite dal vivo sono esposte anche a Berceto (Monumento alla Coscienza) e Fornovo (Il Pellegrino). 

Amleto Vergiati è nato a Borgo Val di Taro, in provincia di Parma, in Italia. Quando aveva undici anni, suo padre, un giornalista di idee anarchiche, dovette fuggire dal suo paese, emigrando in Argentina, dove arrivò nel 1922. La famiglia era composta dalla moglie Amalia, due bambine, il piccolo Amleto e un cagnolino di nome Cri-Cri. Julián li ricorda nelle strofe di “Mi viejo”, racconto penetrante che racconta la decisione dei genitori di lasciare l’Italia il 14 aprile 1912. Il piccolo Amleto aveva poco più di un anno, ma il suo ricordo di quella «fuga» rimase sempre vivo.

Vino en el Comte Rosso: fue un espiro
tres hijos, la mujer a más un perro
Como un tungo tenaz la fue de tiro
todo se lo aguantó: ¡hasta el destierro!

La famiglia si stabilì inizialmente a San Francisco (Cordova) dove il padre faceva il falegname e nel settembre 1923 si trasferirono a Buenos Aires. Provarono varie case popolari fino a stabilirsi nel Parque Patricios. Amleto ha frequentato la scuola elementare al Colegio Abraham Luppi, nel quartiere
Pompeya. A scuola divideva il banco con Francisco Rabanal, lo stesso che molto più tardi sarebbe stato Sindaco della città di Buenos Aires. Al Colegio Nacional Rivadavia (all’angolo tra le vie Chile e Entre Ríos), ha cercato di proseguire gli studi liceali, ma mentre era al terzo anno è stato espulso per cattiva condotta. Poi si iscrisse alla «scuola di strada» e visse per un periodo vicino alle vie Chiclana e Boedo.

Vergiati stabilì un profondo rapporto emotivo con la città, e in particolare con il suo quartiere, Boedo, dove si considerava nativo (“pa’ver se scoprono che io sono di Boedo“). Diventa un parrocchiano di quei marciapiedi e di quei selciati. Un Boedo che per Julian non inizia su Rivadavia Avenue come indicano le mappe municipali; ma su Avenida Independencia, attraversa San Juan e termina a Puente Alsina dopo aver attraversato Chiclana.- Quella fu la sua vera «Via Appia» che finalmente modellò la sua incipiente condizione di Buenos Aires (porteño) abitante «ma di Boedo».

Che non sia nato a Boedo conta poco o niente; Giuliano viveva (tempo «respirante» del verbo vivere) a Boedo e l’avventura di percorrere i paesaggi, che Homero Manzi ci ha restituito in “Sur”, è stata sua. E così, ha creato delle rime per il suo quartiere amato, quello con il cielo ampio e condiviso che un giorno sarebbe diventato una canzone:

Enumero una ordenación de esquinas contra el cielo,
desando lonjas de calles con memorias,
me instalo en patios familiares, íntimos,
procuro una sucesión de horas,
me detengo en una desangrada tarde,
de antiguas imágenes me renuevo,
reconstruyo albas,
fijo noches habitadas de árboles en silencio,
de retazos de lunas caminadoras,
de almacenes brumosos como puertos
y un viento sin donde me pone entre las manos
la voz gemidora
de una guitarra goteándome un tiempo
de ochavas y de hembras
Entonces me nace el compadre de adentro
y bato esta sed que me crece de carne
pa’ ver si se enteran que yo soy de Boedo.

Per Amleto, il piccolo italiano che nel 1912, quando non aveva ancora due anni, arrivò a bordo del Comte Rosso, venire a Boedo equivaleva a vedere per la prima volta le luci. Ed è l’ambiente di quella città, dentro la grande città, dove concepisce la sua prima milonga e dove adotta per sé il nome del personaggio che, secondo molti, lo renderà immortale: “Julián Centeya”, con musiche di José Canet (1938).

Me llamo Julián Centeya
por más datos soy cantor
nací en la vieja Pompeya
Tuve un amor con Mireya
me llamo Julián Centeya
su seguro servidor.

E poi nasce il mito, l’adozione di quel suggestivo soprannome che è l’atto di morte dell’italiano Amleto Enrique Vergiati. La sua ostinata inclinazione alla vita bohémien ha distrutto il suo matrimonio con Elena Gorizia Vattuone, ed era la sorella della cantante Nelly Omar. “El recuerdo de la enfermería de Jaime” (Memoria dell’infermeria di San Giacomo) è stata la sua prima opera poetica (1941), scritta con l’altro suo pseudonimo: Enrique Alvarado. In questo include il brano “Sigo pensando en vos, negro” dedicato a Louis Armstrong, che in seguito fu registrato utilizzando il suono della meravigliosa tromba di Satchmo, a cui era dedicata la poesia, come sottofondo alla sua voce.

Ne “La musa mistonga” (1964) include alcune strofe che sono un vivido ritratto di se stesso:

Yo canto en lunfa mi tristeza de hombre
andò la vida con mi musa rante
ella es asi de maleva y yo atorrante
camina a mi costado y tiene un nombre
nació conmigo en Boedo y Chiclana
e se hizo mansa a juego de palmera
nunca una bronca, sempre cadenera
vivo con ella muy a lo banana.

La sua padronanza del lunfardo, sia quando scrive che quando parla, consente un confronto senza alcuno svantaggio con Celedonio, Carlos de la Púa, Daniel Giribaldi e altri. Nel 1969 pubblica il suo libro “La musa del barro“, che raccoglie sue poesie in omaggio ad Aníbal Troilo, a Juan Bertana e a Barquina, quell’altro fantastico personaggio che insieme al «Vecchio» Pepe Razzano non mancava a un
appuntamento serale (da “A Homero ” di Catulo Castillo). L’ultimo paragrafo è il seguente:

«San Julián Centeya, tutte le bottiglie che hai gettato in mare, tutti i piccioni viaggiatori che hai gettato nelle tenebre, tutte le voci che hai sollevato nel deserto, tutte le parole volgari con cui abbellivi le cose sacre, le cose volgari, tutte , tutti raggiungeranno il loro destino. Che Dio ci ascolti!».

Come inevitabilmente doveva essere, ha lavorato come autore, sui temi del tango; i suoi brani più noti sono “Claudinette” con Enrique Delfino, “La vi llegar” e “Lluvia de abril” con Enrique Francini, “Lison” con Ranieri, “Más allá de mi rencor” con Lucio Demare, “Julián Centeya” con José Canet e “Felicita”
con Hugo del Carril.

Nel suo unico romanzo, “El vaciadero” (1971), ha ritratto la cruda realtà degli emarginati, dei «quemeros», una ferita viva che ancora persiste. È coerente con la sua filosofia esistenziale quando dice «Per scrivere bisogna fare un’esperienza di vita; altrimenti siamo cullati in una pretenziosità letteraria». Horacio Ferrer, oltre ai dati biografici già citati, lo colloca «nella corrente degli scrittori di Boedo nel 1925, che trasmutarono il “sermo afanaris” del lunfardo in letteratura di dimensione colta ed è, insieme a Cátulo Castillo, Juan Carlos La Madrid e Juan B. Devoto, la figura più vasta tra i suoi contemporanei». Ferrer trascrive i paragrafi che Centeya ha incluso nel prologo de La musa mistonga:

«Espressioni di lunfardo portatemi dalla strada, né lette su testi di tango né memorizzate da farse in un atto (sainete), evase da celle di prigione, appartamenti accoglienti e case popolari, trattenute nei bar, o in un amichevole soggiorno in un caffè. ..» e prosegue affermando che Julián «più che un conoscitore è un esperto, più che un abitante è il corpo e l’anima di Buenos Aires».

Ci racconta anche le sue avventure radiofoniche in quasi tutte le trasmissioni di Buenos Aires, in particolare su Radio Colonia (con il suo programma: En una esquina cualquiera) e su Radio Argentina (Desde una esquina sin tiempo) e anche i suoi articoli per la Crítica, Noticias I giornali Gráficas ed El Mundo ei settimanali Sábado e Prohibido.

Si è spento il 26 luglio 1974 e al medico che lo ha aiutato nei suoi ultimi giorni, tenendogli la mano, disse: «Doc, a te che apprezzo tanto ti concedo il triste privilegio di essere l’ultimo che mi ha tenuto la mano, grazie e mi dispiace». e chiuse definitivamente gli occhi, sicuramente pensando si me voy piola / en el
finirla está la salvada / llevo conmigo mi alma cansada / que hace diez siglos / no quiere lola.
(«Se parto facilmente/ alla fine della storia è la mia salvezza/ porto con me la mia anima stanca/ che dieci secoli prima/ gettò la spugna»).

L’origine dello pseudonimo

Nel 1938 Amleto Vergiati diede al chitarrista José Canet, per musicalizzare, versi dal titolo “Javier Pardales“, un personaggio immaginario del quartiere Corrales. Canet fu incaricato e suggerì di cambiare quel nome in Centeya, al quale Vergiati accettò, sostituendo anche Corrales con Pompei. Così hanno creato la milonga Julián Centeya, un nome che Vergiati ha anche iniziato a utilizzare come pseudonimo in sostituzione di “Enrique Alvarado” che ha usato fino ad allora, e i cui primi versi dicono:

“Me llamo Julián Centeya
por más datos soy cantor
nací en la vieja Pompeya
tuve un amor con Mireya
me llamo Julián Centeya
su seguro servidor.”

“Mi chiamo Julián Centeya
Per maggiori informazioni sono un cantante
Sono nato nella vecchia Pompei
Ho avuto un amore con Mireya
mi chiamo Julián Centeya
il tuo servitore di fiducia”.

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